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Dal tetto del mondo al rischio playoff: anatomia di un disastro azzurro – parte I
Come diavolo siamo arrivati a questo punto?
Stamattina mi chiedevo: ma come diavolo è possibile che la nazionale italiana di calcio si sia ridotta a faticare per qualificarsi ai Mondiali?
Non riesco a capire come si possa arrivare ad avere timore nell’affrontare squadre come Norvegia, Estonia o Israele.
Parliamo di nazioni modeste, se non addirittura “materasso”.
Proviamo allora a capire le cause di questo declino.
Sarà una analisi lunga ed accurata (beh non esageriamo 🙂
L’importanza (presunta) della tradizione
Personalmente, trovo che generalizzare il concetto di “tradizione sportiva” di un Paese sia una colossale cazzata.
Soprattutto negli sport individuali: un campione può nascere ovunque!
Giusto per citare alcuni esempi “nostrani”:
– un bolognese che volava sugli sci ce lo ricordiamo tutti, no?
– E oggi abbiamo un altoatesino che non scia, ma domina nel tennis mondiale.
– ed il buon Marcell Jacobs, campione olimpico nei 100 metri, lo vogliamo citare?
Valichiamo le Alpi e troviamo uno svizzero che non ha sciato, ma che ha dominato il mondo con una racchetta: Roger Federer.
Nato in un Paese con una fortissima tradizione sciistica, è diventato uno dei più grandi fenomeni del tennis.
Potrei continuare all’infinito, ma è chiaro che la nascita del talento, del campione, non è prevedibile né legata a fattori di tradizione.
Il discorso cambia per gli sport di squadra
Nel rugby, le nazionali dominanti si contano da sempre sulle dita di una mano: Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Inghilterra…
Nel volley troviamo da anni l’élite composta da Italia, Brasile, Stati Uniti e, in passato, l’Unione Sovietica.
Nella pallanuoto maschile, a comandare sono le squadre del bacino mediterraneo: Serbia, Italia, Croazia, Ungheria e Spagna.
Ma c’è un’eccezione: il calcio.
Il calcio, uno sport a parte
Negli ultimi decenni il calcio ha vissuto una vera e propria rivoluzione.
Francia e Portogallo, che in passato avevano vinto poco o nulla, sono diventate potenze mondiali.
Il Belgio è salito stabilmente ai vertici, pur senza alzare trofei.
E la Spagna, ormai da anni, è una delle nazionali più forti del pianeta.
Prima del 1998, queste nazionali avevano vinto complessivamente soltanto 2 Campionati Europei:
Spagna nel 1964
Francia nel 1984 (entrambe in casa)
Dal 1998 in poi:
Campionati Europei:
Spagna: 3 titoli (2008, 2012, 2024)
Francia: 1 (2000)
Portogallo: 1 (2016)
Grecia: 1 (2004)
Campionati del Mondo:
Francia: 2 titoli (1998 e 2018, più due finali perse)
Spagna: 1 titolo (2010)
Da cosa dipende?
Tutto questo è merito dei campionati nazionali?
Non credo. O, quantomeno, non c’è una correlazione così diretta.
L’Inghilterra, pur avendo il campionato più competitivo al mondo, continua a non vincere nulla con la nazionale.
La Francia, invece, domina da anni nonostante una Ligue 1 tutt’altro che irresistibile.
E lo stesso discorso vale per Argentina e Brasile: due nazioni che hanno scritto la storia del calcio mondiale (il Brasile soprattutto nel passato) pur avendo campionati lontani anni luce da Premier o Liga.
Conclusione (per ora)
Non ho ancora affrontato il capitolo: Italia, ma da questa introduzione avete capito come il calcio sia uno sport particolare: difficile da inquadrare, quasi impossibile da prevedere.
Ma per ora non voglio annoiarvi oltre…
Andate a bere un bel tè caldo e passate domani per la seconda parte dell’analisi!
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Il calcio muore, ma la colpa è della pirateria…
Caso plusvalenze fittizie Napoli–Osimhen; Milan–Como che si giocherà a Perth; biglietti per lo stadio che costano come uno stipendio; partite noiose e prive di spettacolo… ma certo, la colpa è della pirateria se il calcio italiano sta morendo!
Premessa: sono anni che guardo le partite al bar. Ma se i bar smettessero di trasmettere la Juventus, sarei davvero disposto a pagare 30 euro al mese?
30€ al mese per poter vedere soltanto la Serie A!! Perché se dovessi aggiungere anche la Champions… apriti cielo! O meglio: apriti portafoglio.
La scusa della pirateria la sento ripetere da decenni: prima serviva a giustificare i prezzi folli dei videogiochi.
Eppure oggi, che la pirateria videoludica è praticamente scomparsa e i supporti fisici non esistono più (niente più scatole o DVD, solo download), i prezzi sono aumentati ancora.
Eh già, “per sviluppare un videogioco servono investimenti sempre più onerosi”. La scusa è sempre pronta, cambia solo il settore.
Nel frattempo, gli stadi cadono a pezzi, la Supercoppa si gioca in Arabia, e i giovani trovano il calcio sempre meno attraente. Ma chi se ne importa, tanto il problema sarà di chi verrà dopo.
Il calcio sta rischiando di implodere.
Nei prossimi anni servirà una rivoluzione vera, altrimenti il giocattolo scoppierà tra le mani di chi lo ha gonfiato troppo.
Intanto si parla già di nuove piattaforme streaming per la Champions 2027 e di “espansione verso nuovi mercati”.
Ricordate però la bolla del campionato cinese, il flop della lega americana (mai davvero decollata, neanche con Messi) e ora la corsa all’oro arabo.
Il calcio sta morendo. E mentre i tifosi gridano aiuto, chi comanda continua a fare finta di non sentire.