Europa League 26/27: Juventus 2-2 Rennes: tra illusioni e amarezze
2-2. Niente tre punti per una Juventus che il sottoscritto aveva coraggiosamente pronosticato vincitrice per 3-0… Ma d’altronde, perché mai dovrei riuscire ad essere obiettivo? Scrivo articoli al vetriolo in cui sentenzio che questa rosa ha limiti strutturali spaventosi, e poi, al momento del pronostico, mi faccio tradire dal cuore e indosso la sciarpa.
Coerenza portami via.
Ma tralasciando i miei ben noti drammi psicologici e le sedute di autocoscienza che rimandiamo a data da destinarsi, cosa ci ha lasciato davvero il match contro il Rennes?

La premessa (dovuta) e il fattore “Pastore Sardo”
Come al solito, serve una premessa fondamentale: il Rennes è una squadra da livello Pastore Sardo. Senza nulla togliere alla nobile arte casearia, non hanno granché a che spartire con i sacri testi del football. Sesti in Ligue 1 — per carità, racchiusi in un fazzoletto di punti dall’alta classifica — ieri sera si sono presentati allo Stadium disputando un buon primo tempo, impreziosito dal nostro gentile contributo difensivo, nonostante il vantaggio iniziale firmato da Çelik.
La Juve non è minimamente riuscita a sfruttare l’ottimo abbrivio dei primi cinque minuti, facendosi puntualmente infinocchiare dalle ripartenze transalpine.
Ripeto: nulla di trascendentale, eppure i bianconeri sono riusciti nell’impresa di far sembrare due fenomeni assoluti un terzino sinistro di cui fatico persino a ricordare il nome (Nagida, se non vado errato) e un centravanti proveniente niente popò di meno che (soprattutto popò) dalla Giordania: Musa Al-Taamari, 29 anni, noto fenomeno del calcio-in-culo mondiale che ci ha fatto ammattire per novanta minuti.
Nel secondo tempo è emerso un briciolo d’orgoglio e la prestazione complessiva è inevitabilmente salita di livello.
Solo un fuorigioco millimetrico (e piuttosto dubbio) ha impedito ai ragazzi di Spalletti di ribaltare il match e portare a casa i tre punti. Ma, ad essere onesti fino in fondo, il pareggio fotografa fedelmente il campo: la vittoria avrebbe solo travestito da trionfo una serataccia che, di memorabile, non ha davvero nulla.
Processo ai singoli: tra catastrofi e sufficienze risicate
Scendendo nel dettaglio dell’analisi, in campo si sono visti veri e propri disastri tecnici e mentali. Prestazioni che non posso non definire inadeguate per una squadra che ambisce ai piani alti della Serie A.
- I peggiori della classe: Cambiaso, Koopmeiners, Kolo Muani e ieri pure un impalpabile Douglas Luiz hanno offerto una prova di pura involuzione. Giocate sbagliate in serie, scelte elementari buttate alle ortiche, zero attenzione e intensità difensiva pari a zero. Il nulla cosmico.
- La sufficienza di stima (o quasi): Non mi hanno esaltato neanche McKennie, Nico González e Gatti, ma almeno loro hanno buttato in campo quintali di energia e dinamismo. Di questi tempi, tocca farsene una ragione e accontentarsi… anche se il giallo rimediato da Gatti, per un fallo totalmente idiota, resta un’autentica sciocchezza per un difensore professionista.
- I salvabili: Voglio salvare Bremer in versione capitano, anche se da un leader della sua stazza mi aspetto sempre quel qualcosa in più. Hai la fascia al braccio: dov’è la leadership (Questa è una citazione per pochissimi, chi sa coglie) nei momenti di burrasca? Discreta anche la prova di Kelly, che per una volta non sembrava né Gene né la Kelly di Beverly Hills, ma un difensore (quasi) arruolabile tra i professionisti.
- Il portiere: Vicario ha fatto il suo, compiendo interventi importanti se paragonati alla voragine tecnica che avevamo tra i pali la scorsa stagione. Buona prova, avanti così.
- Le note liete: Mi sono piaciuti particolarmente Çelik, Kalulu e Woltemade. Non solo per i gol pesanti firmati dai nuovi innesti, ma soprattutto per la pulizia dei cross, la qualità e l’ordine geometrico che Kalulu garantisce ogni singola volta in cui mette piede in campo. E poi ci si chiede ancora perché sia diventato un titolare inamovibile…
Il verdetto: cosa resta di questa notte?
Amaro in bocca e la sgradevole sensazione di aver sprecato un’altra occasione, confermando la nostra allergia cronica alla continuità.
O forse no? Forse una continuità c’è eccome… quella di riuscire a essere costantemente ed esaltantemente imprevedibili (nel bene e, molto più spesso, nel male).