Audience in calo e stadi pieni: il paradosso della Serie A tra prezzi alti e un “giocattolo” che rischia di rompersi
Sui social continuano a rincorrersi voci e allarmismi sui dati d’ascolto del calcio su DAZN, descritti da molti come in drammatico calo.
A dire il vero, consultando testate e fonti più autorevoli non si legge di crolli vertiginosi, bensì di una lieve flessione media intorno all’1,5%.
Come spesso accade in questi casi, giungere a conclusioni chiare, solide e basate su numeri realmente verificati non è semplice. Detto ciò, che il calcio — e in particolare la Serie A — stia attraversando un momento di profonda difficoltà risulta evidente anche ad un presbite.
Come ho già scritto in passato, basta fare un salto nei campetti di periferia per capire l’origine del problema: erba alta, cancelli chiusi, strutture abbandonate e mai calpestate. Quando ero un ragazzino io… un’eternità fa… tutto questo non succedeva quasi mai. Anzi, il campo bisognava conquistarselo con i denti, vista la fila di ragazzi in attesa di giocare.
Ma oggi non mancano soltanto le nuove leve. Senza nulla togliere a realtà emergenti come il Como, vedere club storicamente radicati e dal bacino d’utenza sterminato come Milan e Juventus arrancare nelle posizioni di rincalzo non aiuta di certo le pay-TV a fare abbonati. Allo stesso modo, assistere ad un campionato di Serie A scivolato al quarto o quinto posto per appeal e importanza a livello europeo non incentiva gli investimenti dei tifosi.
Per non parlare di un regolamento che cambia continuamente senza una logica apparente — basti pensare all’evoluzione (e all’uso/disuso sproporzionato) del VAR da una stagione all’altra — disorientando gli appassionati storici e allontanando i nuovi.
Questi dati sulla fruizione televisiva sembrano però confliggere con l’affluenza negli impianti: nelle prime cinque giornate le presenze allo stadio hanno registrato una media di riempimento dell’84% (fonte Calcio e Finanza). Un contrasto singolare, che merita una riflessione.
La verità è che il famoso “spezzatino” di orari non sta affatto creando maggiore audience. Il tifoso medio segue la propria squadra del cuore e, al massimo, dà un’occhiata veloce ai big match.
E diciamoci la verità (sapete che devo concedermi un momento di schiettezza almeno una volta ad articolo): a chi interessa davvero sintonizzarsi per seguire sfide come Frosinone-Udinese o Venezia-Parma, a parte i diretti interessati?
A questo si aggiungono i continui rincari dei listini che, in un contesto socio-economico già complesso per le famiglie italiane, rappresentano un ulteriore disincentivo a sottoscrivere un abbonamento.
Proprio in questi giorni vedo DAZN proporre offerte promozionali (come il piano a 19,99 € al mese, pur con diversi vincoli). Ma mi chiedo: perché non pensare a pacchetti davvero flessibili e segmentati? Ad esempio, la possibilità di acquistare solo le partite della propria squadra del cuore a un prezzo contenuto?
Perché non alleggerire la fruizione tagliando tutti quei ridondanti programmi di “approfondimento” popolati da opinionisti spesso improponibili? Basterebbe un solo telecronista per match, eliminando la seconda voce e riducendo all’essenziale le innumerevoli interviste e le telecamere negli spogliatoi. Chi le guarda davvero?
Con l’evoluzione di Internet e la proliferazione di nuovi canali e piattaforme digitali, la televisione tradizionale sta gradualmente perdendo il suo ruolo centrale nella ricerca dell’informazione e dell’intrattenimento sportivo.
Cosa comporterà tutto questo nel breve e lungo periodo? Al prossimo rinnovo dei diritti TV, si riuscirà davvero a raggiungere o a confermare le cifre del passato e puntare all’agognata soglia del miliardo di euro?
Sarebbe il caso che chi governa il sistema facesse un bagno di realtà.
Ridimensionate le pretese, gente, ridimensionatele… perché a tirare troppo la corda, il giocattolo rischia di rompersi definitivamente.